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Perché alcune squadre fanno il ritiro pre-campionato in montagna? I vantaggi pratici secondo chi lo ha vissuto

📅 7 Agosto 2026✍️ di Lorena Piombino⏱️ 8 min di lettura

L’alba in montagna ha un suono che in città non conosci. È il respiro dei pini, una fontana che insiste, il passo ritmato di dodici ragazzi che scivola nel sentiero prima che il sole scavalchi la cresta. Io e le mie compagne di trasferte li abbiamo visti spuntare così, cappuccio tirato su e sguardo fisso, mentre cercavamo il posto giusto da cui sbirciare senza disturbare. Eravamo arrivate la sera prima con un pulmino carico di sciarpe e ottimismo, convinte che un ritiro in quota fosse l’occasione perfetta per capire chi saremmo stati nella nuova stagione. Perché alcune squadre scelgono la montagna? La risposta, l’ho scoperto ascoltando chi la vive in prima persona, sta tra il respiro corto e la testa leggera.

La prima volta che sali, lo confesso, l’aria sembra un po’ tirchia. Il playmaker fa due scherzi ai compagni, ma si ferma a metà risata perché la salita non perdona. Un paio di giorni dopo, però, le gambe cambiano registro e il corpo inizia a parlare un linguaggio nuovo. È qui che la suggestione diventa metodo, e non è più un racconto romantico di paesaggi: è una scelta tecnica che si misura nei battiti, nelle ripetute, nelle videoanalisi del pomeriggio.

L’altura sulla pelle: cosa cambia davvero

Il preparatore me lo ha spiegato sul bordo del campo, mentre i lunghi ripetevano closeout a metà parquet e fuori il cielo si apriva a spicchi. In quota l’ossigeno disponibile è minore: il corpo risponde aumentando la ventilazione e, nell’arco di alcuni giorni, innescando processi di Acclimatazione. Non è magia né marketing, è fisiologia applicata. Cresce l’efficienza con cui l’ossigeno arriva ai muscoli e, per i giocatori che reggono bene lo stimolo, la sensazione in pianura è quella di avere una marcia in più.

La parola chiave resta però misura. La montagna non regala niente a chi forza i tempi. Un tiratore che vive di piedi rapidi rischia di sporcare la meccanica se le sedute metaboliche sovrastano quelle tecniche. Per questo, mi dice il vice allenatore, l’equilibrio tra volume e intensità è scritto giorno per giorno, incastrando tapis roulant inclinati, cambi di ritmo sul parquet e sessioni neuromuscolari corte ma precise. L’obiettivo è tornare giù con un polmone più largo senza sacrificare il tocco.

Chi ha fatto più di un ritiro racconta anche un altro dettaglio: la percezione del tempo. In quota i minuti si distendono, le pause sembrano vere. È un effetto collaterale gradito, perché recuperare bene tra una ripetuta e l’altra è parte dell’allenamento tanto quanto lo scatto in sé. La sera, quando la temperatura cala e il respiro si fa regolare, il sonno profondo diventa un alleato silenzioso, e il mattino dopo la squadra rientra in palestra con una lucidità che in città, con il rumore delle agende, è più difficile trovare.

Il lavoro invisibile del preparatore

Se chiedete a un preparatore atletico perché porterebbe la squadra in montagna anche domani, parlerà di controllo. La logistica compatta, il palasport a due curve dall’albergo, il sentiero che diventa una pista naturale per la forza resistente: ogni dettaglio riduce dispersioni. Al mattino il richiamo aerobico, nel tardo pomeriggio tecnica e contatti, in mezzo fisioterapia e video. Tutto sta dentro un perimetro stretto, protetto, dove i margini di improvvisazione sono pochi ma ben scelti.

Sulle pendenze si costruisce una forza specifica che la pallacanestro consuma in fretta nelle prime settimane di campionato. Le caviglie lavorano su microinstabilità controllate, il core si coordina, la catena posteriore impara a spingere con continuità. In palestra, intanto, si preserva l’essenziale: il parquet vero, quello che non tradisce il salto, perché un ritiro deve somigliare al gioco che ti aspetta, non a un’altra disciplina. La prevenzione infortuni passa anche da qui, da carichi ben posati e da superfici coerenti.

La montagna offre in più un laboratorio di respirazione che diventa tattica. Un play più attento al proprio ritmo, un lungo che impara a scegliere quando correre e quando piantarsi a rimbalzo, un’ala che misura gli spazi senza bruciare la prima benzina. L’allenatore si mette al centro come un direttore d’orchestra e chiede esecuzioni corte, alte nella qualità, incastrando progressioni di pick and roll con lavori lattacidi che tolgono il fiato di quel tanto che basta per simulare il quarto periodo.

Meno rumore, più squadra

La montagna, dicono tutti, toglie rumore. Non è solo la città che resta giù nella valle; è la testa che va in modalità progetto. I nuovi imparano il lessico della squadra a tavola, tra un piatto di polenta e una risata sullo stesso episodio visto da tre angolazioni diverse. È lì che un rookie capisce cosa significa “linea di passaggio” prima ancora che il capo allenatore gliela urli addosso in palestra. È lì che il capitano, a fine serata, racconta la partita che gli ha cambiato la carriera e la trasforma in un patto mai scritto.

Noi, che li seguiamo con rispetto, sentiamo quel clima addosso. Ti viene voglia di parlare piano, di aspettare il loro rientro dall’allenamento per salutare e basta. Un giorno ho chiesto al centro come stesse andando e lui ha sorriso: “Qui non hai scuse, o ti porti tutto in spalla o lo lasci a valle.” Stava parlando di zaini e di ossigeno, certo, ma anche di un gruppo che impara a fidarsi. In montagna i confini si fanno netti: si capisce chi guida, chi ascolta, chi fa il collante.

In quel silenzio operativo trova spazio anche la concentrazione individuale. Un tiratore può concedersi mezz’ora di routine senza interferenze, un giovane di rotazione accetta che il proprio percorso sia fatto di attese produttive, non di ansie. La psicologa sportiva con cui ho scambiato due parole in albergo l’ha chiamata qualità dell’attenzione: meno interruzioni, più profondità. E, tradotto in campo, un possesso giocato con un’idea in più quando la partita si scalda.

Clima, recupero e piccoli grandi dettagli

Il fresco della quota è un alleato discreto. In estate i carichi si domano meglio quando il termometro non impone battaglie aggiuntive. Dopo le sedute, il ritorno al basale è più rapido, la percezione di fatica scende e il lavoro del giorno dopo non è zavorrato. Il fisioterapista mi ha mostrato il registro dei sonni: ore regolari, pochi risvegli, una costanza che in pre-campionato vale quanto un set di tiri liberi.

C’è poi la questione metabolica, che in montagna si sente anche a tavola. L’appetito cambia, l’idratazione va protetta, e la dieta si aggiusta tra carboidrati intelligenti e proteine di recupero. “Non bisogna innamorarsi del menù da malga,” scherza la nutrizionista, “ma si può usare il territorio.” Latte e yogurt freschi, frutti di bosco, acqua a piccoli sorsi durante la giornata. Anche questo è allenamento, perché l’energia che spendi sopra i 1200 metri ha piccole abitudini che fanno la differenza quando torni alle partite vere.

Sul piano medico, chi conosce l’altura sa che servono gradualità e ascolto. Nei primi due o tre giorni si lavora con progressioni controllate, poi si alza il volume, infine si scala. Il sangue registra lo stimolo e qualche settimana dopo, giù in pianura, le letture di soglia raccontano una squadra più pronta a sostenere break e rientri. È un effetto che rivendica la sua dignità scientifica e che gli staff misurano accanto ad altri parametri, come la saturazione e marker di carico interno, senza farsi abbagliare dai miti. La montagna non fa miracoli, li rende possibili se c’è struttura.

Dalla teoria alla palla a due

Ogni ritiro ha un momento di verifica. Di solito è un’amichevole in un palazzetto di valle, con il pubblico delle vacanze e i tamburi improvvisati. Lì si capisce se la squadra corre bene, se l’aria in più sta nei polmoni o solo nelle frasi fatte. Il coach cerca risposte semplici: transizione pulita, letture chiare, mani pronte addosso alla palla. Quando funziona, lo vedi negli occhi dei giocatori: non chiedono ossigeno, chiedono palloni.

La sera, tornando su per i tornanti, noi tifose ci facciamo i nostri film. Ci diciamo che forse quel cambio difensivo visto due volte nel secondo quarto è un indizio di ciò che verrà, che la coppia di esterni ha già un’intesa che scorre. La montagna, ancora una volta, non promette previsioni, ma offre contesti. E in uno sport fatto di dettagli, portare il gruppo dove i dettagli emergono è già metà del lavoro.

Restano le storie che circolano tra una cena e una riunione video. Il veterano che la prima volta odiava l’altura e adesso la considera casa. Il giovane che scatta in salita con la faccia di chi ha ancora un conto aperto con se stesso. Il dirigente che controlla gli orari con la precisione di un orologiaio. Tutti, a fine giornata, convinti che quel margine di adattamento sia un investimento, non una fatica ornamentale. Chiamatelo come volete: spinta, ossigeno, fiducia. Io, romanticamente, lo chiamo fiato di squadra.

Quando il ritiro finisce, il paese torna al suo ritmo e il palazzetto chiude le luci. In pullman, scendendo verso la città, ci accompagna una calma che sa di legno e resina. Rivedo la prima mattina, i cappucci tirati su, il passo che spaccava il silenzio. Adesso so che lì dentro non c’era solo allenamento: c’era un modo di stare insieme, di allargare lo spazio tra un respiro e l’altro. È questo, alla fine, il segreto più semplice di tutti. La montagna ti costringe a sentire come stai davvero. E una squadra che impara ad ascoltarsi, quando la palla a due vola in alto, è già un passo avanti. Altitudine

Lorena Piombino

Lorena ha fondato un gruppo locale di appassionate di basket, con cui organizza trasferte per seguire la Serie A. È famosa tra gli amici per i suoi resoconti sulle partite in chiave ironica e scrive storie di tifo femminile legate alle grandi finali.