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Mentalità underdog: Cosa motiva davvero una squadra a superare i favoriti?

📅 12 Agosto 2026✍️ di Ruggero Cestari⏱️ 4 min di lettura

La superiorità sulla carta non vince le partite. Lo so perché ho passato vent’anni dietro a un obiettivo fotografico a immortalare squadre costruite per dominare, eppure sconfitte da avversari che sulla carta non avrebbero dovuto competere. La mentalità underdog è quella forza invisibile che trasforma i numeri in carta straccia, e oggi voglio raccontarti come funziona davvero.

Immagina di essere la squadra più forte del torneo. Tutti ti guardano come il favorito. I media parlano già di te come campione, le scommesse ti vedono favorito, gli avversari arrivano a giocare già sconfitti nella testa. Adesso immagina invece di essere quella piccola realtà che nessuno considera. Nessuno ti guarda, nessuno scrive di te, puoi giocare completamente libero. Capisci la differenza? È come quando in ufficio il capo affida il progetto più importante a chi già conosce il successo: quella persona sente il peso della responsabilità. Chi invece parte dal basso, gioca per sorprendere.

La psicologia del “non abbiamo nulla da perdere”

Uno dei fenomeni più affascinanti nello sport è quello che gli psicologi dello sport chiamano pressione psicologica. I favoriti la vivono sulla propria pelle. Quando tutti si aspettano da te la vittoria, il tuo cervello entra in una modalità difensiva: non devi perdere, non devi deludere, devi confermare le aspettative. È una pressione enorme.

Gli underdog, al contrario, arrivano con il coltello tra i denti. Non hanno reputazione da perdere. Se vinci, sei un eroe. Se perdi, “dai, erano i favoriti”. Questo cambio di mentalità è straordinario. L’ho visto mille volte nei campetti di Milano: i ragazzi delle squadre piccole giocavano con una libertà che i giocatori delle big semplicemente non avevano.

La motivazione funziona così: quando hai tutto da guadagnare e nulla da perdere, il tuo corpo rilascia adrenalina in modo diverso. Non è paura, è eccitazione pura. I tuoi muscoli rispondono meglio, le tue decisioni sono più istintive, la tua creatività non viene soffocata dalla paura di sbagliare.

La coesione di gruppo come superpotenza

Ecco un’altra cosa che ho imparato stando vicino a tante squadre diverse. I favoriti spesso sono costruiti come puzzle di campioni messi assieme. Bravissimi individualmente, ma che non sempre giocano come squadra. Gli underdog, invece, hanno uno svantaggio che diventa un’arma: non possono permettersi il lusso dell’improvvisazione individuale. Devono vincere insieme o non vinceranno affatto.

Questo crea una coesione straordinaria. Ogni giocatore sa che il suo ruolo è fondamentale, non perché è una star, ma perché senza l’apporto di tutti la squadra cade. È il principio della catena del valore applicato al basket: sei forte quanto l’anello più debole, quindi tutti gli anelli devono essere forti.

Ho fotografato squadre di periferia che non avevano né i soldi né i nomi dei club blasonati, eppure giocavano con una sincronizzazione che sembrava telepatia. Perché? Perché si conoscevano da anni, si fidavano ciecamente l’uno dell’altro, sapevano che l’unica strada per competere era stare uniti.

Il rovesciamento della narrazione

Quando la stampa e il pubblico ti vedono come l’underdog, accade qualcosa di magico: la narrazione si capovolta. Le tue vittorie diventano gesta eroiche, i tuoi punti rimontati sono miracoli, il tuo coraggio è esemplatico. Gli stessi numeri che un favorito compirebbe senza enfasi, in te diventano leggenda.

Questo non è semplice psicologia. È feedback concreto che rinforza la motivazione. Quando la gente ti crede, quando il tifo ti spinge, quando i giornali raccontano la tua storia come quella del piccolo che affronta il gigante, la tua determinazione cresce exponenzialmente. È come avere vento in poppa: non lo vedi, ma lo senti spingere le tue vele.

Quanto è potente questa narrazione? Ti dico che ho visto ragazzi di quartieri difficili, con risorse minime, sconfiggere team costruiti con budget dieci volte superiori semplicemente perché credevano alla loro storia. La storia è una forza reale nello sport.

L’elemento finale è la fame. Gli underdog hanno sempre più fame. Sanno che questa potrebbe essere l’unica occasione, il momento per cambiare prospettiva, per dimostrare qualcosa al mondo intero. I favoriti hanno meno fame perché hanno già vinto, magari molte volte. Sembra strano, ma nella mentalità umana la ripetizione del successo diminuisce l’adrenalinea.

Quindi quando vedi una squadra piccola sconfiggere i campioni in carica, non stai guardando un caso anomalo. Stai guardando la psicologia umana in azione: la potenza della motivazione autentica, la coesione forzata dalla necessità, e la magia di una narrazione che trasforma i perdenti della carta in vincitori della realtà. È per questo che il basket, come la vita, non si gioca sulla carta.

Ruggero Cestari

Ruggero ha vissuto l’epopea del basket italiano degli anni ‘80 come fotografo di società sportive. Oggi si dedica alla raccolta di racconti dei tifosi storici e cura una rubrica sulle leggende nate nei campetti delle periferie milanesi.